13. aprile 2013 · Commenti disabilitati su Delinquenti e pene alternative alla detenzione · Categorie:Senza categoria

DELINQUENTI E PENE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE

 

Più volte radio, giornali e televisione hanno informato su reati commessi da detenuti ammessi ad attività esterne al carcere e, spontaneamente, è sorta la comprensibile indignazione popolare. Ogni volta è stata indotta la percezione di una diffusa impunità e si sono riproposti i temi del “garantismo del sistema giudiziario italiano”, dell’”ineseguibilità” di molte condanne, dell’”utilità e dello scopo di vari benefìci e pene alternative alla detenzione” (arresti domiciliari, semilibertà, affidamento in prova, lavoro all’interno od all’esterno del carcere, permessi-premio, riduzione di pena, etc.) che mettono dei rei, già condannati per certi reati, nelle condizioni di commetterne altri!
Il ricorso alle pene alternative alla detenzione, alla riduzione della pena ed ai permessi-premio, per buona condotta in carcere, ha avuto certamente benéfici effetti sulla vita penitenziaria, perché la maggior parte dei condannati (ed anche di coloro che sono in attesa di giudizio) durante la detenzione tiene da molti anni un buon comportamento; mentre, prima, erano più frequenti risse, rivolte, ed altri comportamenti violenti o di disobbedienza in carcere.
La legge n. 354 del 1975 ha voluto rispondere, in Italia, ad un principio di civiltà che é sostenuto anche dalla religione cattolica (si pensi, alla metafora del “buon pastore”): le pene date ai rei non debbono essere finalizzate a se stesse, ma alla rieducazione e reintegrazione sociale dei rei; cioè, al loro recupero sociale. Da tali punti di vista, l’ergastolo e la pena di morte sono ancor meno utili.
In realtà, la detenzione, di per se stessa, non assicura la rieducazione: può inibire i rei e servire da deterrente per il futuro od incattivirli ancora di più e trasformare i carceri in scuole di delinquenza.
Perché le pene abbiano una efficacia rieducativa, debbono essere adeguate alle varie personalità dei rei, non differenziarsi solo per il tempo che loro debbono trascorrere in carcere. Debbono essere diversificate e comprendere anche le misure di cui si è detto prima ed attività rieducative.
Il problema dei condannati che commettono altri reati fuori dai carceri, durante l’esecuzione di pene alternative o di permessi o di lavoro all’esterno, non sta, dunque, nello spirito che anima la legge, ma in un migliore uso di essa; cioè, in una migliore selezione dei condannati che debbono potere usufruire dei suddetti benefìci e pene alternative alla detenzione ed in un migliore uso di questi ultimi.
Il “battage” che ogni volta fanno i “mass media” induce la percezione che la maggior parte di quei beneficiari tradisce il patto di fiducia con le istituzioni. In realtà, solo una minoranza di loro lo fa e tra coloro che usufruiscono di benefici la percentuale di recidivi è minore, rispetto a quella di coloro che non ne beneficiano. Ma ciò non toglie che bisogna, comunque, evitare che ciò accada, onde prevenire ulteriori danni ai cittadini.
A tal fine, premesso che la valutazione va fatta sempre caso per caso, secondo l’esperienza dell’autore di questo scritto in 17 anni di lavoro in istituti di detenzione, per adulti, e di rieducazione, per minori, le suddette possibilità dovrebbero essere riservate soprattutto ai condannati per reati occasionali; meno a coloro che hanno fatto scelte di vita criminale come, per esempio, gli affiliati alle cosche mafiose ed a bande organizzate ivi comprese quelle che commettono reati finanziari, commerciali, amministrativi e politici, poiché sviluppano una “forma mentis” deviante ed è più difficile che si pentono veramente e che cambiano i loro comportamenti. Tendenzialmente, dovrebbero essere esclusi anche coloro che hanno disturbi della personalità antisociali (ivi compresi i pederasti e gli stupratori) di cui sono più piene le carceri dove finiscono soprattutto coloro che commettono reati violenti. I disturbi della personalità, infatti, possono essere causati da fattori socioculturali o da fattori costituzionali ereditati geneticamente i quali ultimi consistono, per lo più, nell’iper-sviluppo di funzioni biologiche legate ad istinti (si può vedere al riguardo anche Personality Disorders in questo stesso sito). Questi ultimi sono quelli meno modificabili, perché, anche quando i rei sono consapevoli delle conseguenze negative che hanno le loro tendenze istintive sui loro rapporti sociali e desidererebbero veramente cambiarle, gli impulsi interiori tendono a ripresentarsi in loro auto-geneticamente o stimolati da fattori ambientali esterni e, finché non sono soddisfatti i bisogni ai quali sono correlati, tendono a dominare le loro volontà almeno fino alla mezza età quando cominciano a smorzarsi. Anche i dipendenti da sostanze tossiche difficilmente riescono a liberarsene ed a iniziare a svolgere vita sociale adattata, perché tali sostanze apportano varie modifiche peggiorative ai loro sistemi nervosi centrali ed alle loro capacità di auto-gestirsi in modi razionali ed adattivi.

Insistere nel teorizzare che tutti i rei sono rieducabili è un’operazione ideologica funzionale alla conservazione e difesa di posizioni politiche o, più semplicemente, di mansioni e posti di lavoro! Anche quelle statistiche che rilevano che le recidive di coloro che hanno usufruito di pene alternative alla detenzione sono meno numerose di coloro che non ne hanno usufruito dovrebbero tener conto del fatto che coloro che sono ammessi a tali pene sono selezionati a monte sulla base di reati “minori” da loro commessi; cioè, sono delinquenti meno pericolosi.

Per individuare i veri pentiti, gli esperti del Ministero della Giustizia, di cui all’art. 80 della suddetta legge, debbono ricorrere necessariamente a colloqui psicoclinici. Certamente, non dovrebbero commettere il marchiano errore (che purtroppo l’autore ha visto fare troppe volte) di identificare i più “rieducabili” in coloro che semplicemente dichiarano di “essere pentiti” e di avere “buoni propositi per il futuro” o di essere stati “vittime involontarie di circostanze” o di avere sbagliato “per la giovane età” etc. etc., poiché – ovviamente – possono dissimulare. Possono essere di maggiore aiuto all’analisi psicologica i test proiettivi; meno i questionari, perché sono più manipolabili da parte degli esaminati. Il Test di Rorschach è il meno manipolabile. Ma, anche usando tale strumento, è molto importante prendere in considerazione i fattori situazionali che nei carceri contribuiscono a determinare le “performances” degli esaminati. Per esempio, dopo avere somministrato parecchi test di Rorschach a detenuti adulti che avevano chiesto di beneficiare di pene alternative alla detenzione e che avevano assunto un atteggiamento collaborativo “in surface”, l’autore ha notato che otteneva mediamente un basso numero totale di risposte, un alto G% e, tranne per coloro che erano più impulsivi od aggressivi, un alto F% e, spesso, anche un buon Ban%. Ciò poteva far pensare a povertà affettiva o ad un buon auto-controllo razionale della emotività od a superficialità del pensiero o ad un riadattamento al modo di pensare comune. Sfortunatamente, tali ipotesi interpretative contrastavano con gran parte dei loro fascicoli personali e delle loro fedine penali.
Un’analisi fenomenologica della situazione-testing ha consentito di interpretare meglio i risultati ottenuti. Al contrario delle apparenze, il basso numero medio di risposte poteva essere attribuito allo atteggiamento prudente che gli esaminati avevano assunto ed alla paura di dare risposte “sbagliate” o di “rivelare” aspetti negativi di sé, per non compromettere la possibilità di ottenere gli agognati benefìci. L’alto F% medio ed anche l’eventuale buon Ban% potevano essere attribuiti alla conseguente tendenza a dare le risposte più “sicure”, dal punto di vista percettivo, finalizzata pure a non “sbagliare”. Secondo Carp A.L. e Shavzin A.R. (v. The susceptibility to Falsification of the Rorschach Psychodiagnostic Technique, in J. Consult. Psychol., 1958), quando un esaminato sa che dall’esito del test può dipendere la possibilità per lui di ottenere ciò che desidera, può assumere un atteggiamento prudente, per tentare di nascondere aspetti negativi di sé o cercare di fare bella figura, e ciò può manifestarsi con una riduzione di risposte o con un aumento dell’F%. Anche Calden G. e Cohen L.B. (v. The relationship of Ego-Involvement and Test-Definition to Rorschach Test performance, in J. Proj. Techn., 1953) hanno osservato lo stesso fenomeno. Secondo D. Passi Tognazzo (v. Il metodo di Rorschach, in Giunti, Firenze, 1970), quando non si ha la fiducia e la simpatia dell’esaminando, questi può tentare di “chiudersi” al test e ciò può causare una diminuzione della produttività ed un aumento del Ban%.
L’alto G% medio poteva, invece, essere attribuito al tentativo di fare bella figura di fronte allo esaminatore e di ingraziarselo, sempre ai suddetti scopi. Secondo Schachtel E.G. (v. Experiential foundation of Rorscahch’s Test, in Tavistock, London, 1966), nelle istituzioni autoritarie, quali sono anche i carceri, i soggetti tendono a sottomettersi all’autorità, quando hanno bisogno di ingraziarsela, cercando di piacerle e questo può manifestarsi al Rorschach con un aumento della produzione di risposte o con un aumento del G%.
E’ probabile che nei detenuti aspiranti ai benefici ed alle pene alternative alla detenzione, analizzati dall’autore, tali tendenze si siano combinate tra esse producendo i risultati suddetti. Infatti, egli, in quella particolare situazione, rappresentava l’istituzione e dal “buono” o “cattivo” esito dei suoi “esami” dipendeva, per loro, la possibilità di ottenere o meno ciò che desideravano. Nei suoi confronti avevano assunto, dunque, un prudente atteggiamento od, addirittura, un atteggiamento di sfiducia o di ostilità che spiegavano meglio quei risultati al test.

Bibliografia dell’autore sull’argomento.

Cammarata Salvatore – Sulla utilizzazione di attività sportive di gruppo a fine educativo di giovani
adolescenti e preadolescenti – Collana Monografica di Psichiatria Sociale
Estensiva, CELUP Ed., 1-3, Anno VII, 1980, Palermo.
Cammarata Salvatore – Sulla somministrazione del Test di Rorscahch a detenuti che hanno chiesto
di beneficiare di pene alternative alla detenzione – Collana Monografica di
Psichiatria Sociale Estensiva, CELUP Ed., 1-3, Anno VII, 1980, Palermo.
Cammarata Salvatore – “Sì ai benefici ma non per tutti”- La Sicilia, 19-08-1999.
Cammarata Salvatore – I pregiudizi non aiutano a reinserirci – La Sicilia, 10-04-1988.
Cammarata Salvatore – I detenuti in campo – La Sicilia, 10-05-1988.
Cammarata Salvatore – Aspetti della valutazione psicologica in ambito clinico, giudiziario e
criminologico – Criminologia e Psicopatologia Forense, Anno V, n. 1,
gennaio-aprile 1989.
Cammarata Salvatore – Pena e sconto, non tutti i criminali sono rieducabili – Secolo d’Italia, 27-
02-2000.
Cammarata Salvatore – La rilevanza psicologica della pericolosità sociale dei disturbati psi-chici
autori di reato – Atti del Convegno Nazionale sul tema: Dalle infermità
alla pericolosi-tà sociale: considerazioni epistemologiche e prospettive –
Palermo, 12-13 dicembre 1986.
Cammarata Salvatore – Criminali per futili motivi – Secolo d’Italia, 29-06-2001.
Cammarata Salvatore – Perché quei giovani cercano la morte? – Secolo d’Italia, 29-08-2000.

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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 20 Novembre 2013 18:20)

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